14 gennaio 2018

PENNY WIRTON E SUA MADRE

Mi vergognerò com’è giusto, fino a questa sera alle dieci, quando tutti e due andremo su al Colle. Ma poi, mamma, io non ci penserò più che tanto: E domani sarà lunedì. – Lunedì? – disse sua madre fissandolo – Penny, ecco una decente parola. Una garbata parola, lunedì […]. E per giunta è anche l’unica strada per arrivare a domenica.

ERALDO AFFINATI parla di PENNY WIRTON E SUA MADRE
Domenica 14 gennaio 2018, ore 11:00

PENNY WIRTON E SUA MADRE

Il 12 maggio del 1721 si solleva il sipario sulla Contea di Pictown. È Penny Wirton ad essere di scena. È poco meno che un ragazzo e ha sole tre cose: un vestito giallo, una madre che fa nascere i bambini e un padre al cimitero sulla collina. Questa è la sua storia, questa è la storia del suo giorno, della sua “seconda nascita”. Di come il bambino che fugge di casa per sottrarsi alla vergogna di non avere avuto un padre nobile, scopre le motivazioni, dopo sorprendenti peripezie, per tornare e ritrovare nell’amore della madre la dignità della propria condizione umana e sociale. Romanzo dalla lunga e tormentata gestazione – l’autore vi mise mano nel 1943 e terminò la terza redazione cinque anni dopo – Penny Wirton è l’altro versante di Casa d’altri. Non solo perché le due opere sono coeve ma perché si sono spartite l’autobiografia dell’autore.

SILVIO D’ARZO, pseudonimo di Ezio Comparoni (Reggio Emilia, 6 febbraio 1920 – Reggio Emilia, 30 gennaio 1952), è stato uno scrittore italiano. Nasce a Reggio Emilia nel 1920. A sedici anni ottiene la maturità classica presentandosi come privatista a Pavia, dopo essere stato preparato dal professor Giuseppe Zonta, e nel 1941 si laurea in Lettere presso l’Università di Bologna con una tesi di glottologia. In vita pubblica un solo romanzo, nel 1942, All’insegna del buon corsiero (Firenze, Vallecchi), ma scrive alcuni fra i più importanti e misconosciuti racconti della letteratura italiana del Novecento. L’opera sicuramente più importante di D’Arzo è il racconto lungo Casa d’altri, uscito postumo nel 1953, che è stato definito da Eugenio Montale un racconto perfetto. Muore di leucemia a soli 32 anni.

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